IL COMELICO, UNA COMUNITA ORIGINALE
a
cura di De Martin Mattiò Arrigo
Il Comelico appartiene geograficamente al Cadore, del quale occupa la parte più settentrionale. Confina a nord-est con l’Austria e a nord-ovest con la Pusteria e ad est con la Carnia. Gli abitanti sono situati ad un’altitudine media compresa fra gli 800 e i 1400 m/s. mare.
E’
rinomato come tutto il Cadore per le bellezze naturali tuttora incontaminate; vi
si elevano cime dolomitiche bellissime, le foreste sono ricche di legname
pregiato. Il fondovalle è solcato dal fiume Piave e dal torrente Padola.
Lo
compone 5 Comuni: S. Pietro, S.Stefano, S. Nicolò, Danta e Comelico Superiore
per un totale di 7100 abitanti.
Ai
tempi dei feudatari del Cadore
conti da Camino (XII sec.), il Comelico costituiva due dei dieci Centenari confluenti nella Comunità di Cadore:
il centenaro di Comelico inferiore e di Comelico Superiore al quale erano
associati i paesi e le borgate di
S.Nicolò, Costa e parte di Danta.
I
primi documenti storici risalenti alla fine del stesso secolo parlano di habitant
in fabula, trattasi dei primi atti scritti
delle
“Regole” composte da gruppi familiari che gestivano in maniera
comunitaria lo sfruttamento delle risorse del proprio territorio.
L’organizzazione sociale faceva capo alla Regola «matrice», composta
da più paesi e borgate che nei secoli XIII - XVIII, vede costituirsi in ogni
paese in Regola.
L’università o assemblea di Regola, alla quale erano obbligati a partecipare i capi famiglia, stabiliva le regole di gestione delle risorse e del mutuo aiuto capaci di rendere armonica la vita della comunità. Già nel 1219-1251 la Regola matrice di Candide raccolse e codificò l’insieme delle norme e regolamenti nei Laudi nei quali si stabiliva il luogo e la data della convocazione dei capi famiglia, precisando la pena pecuniaria per gli assenti, prevedeva le modalità per l’elezione del Marigo (sindaco), dei Laudatori (assessori), dei saltari (guardie dei boschi) oltre ad altri giurati con funzioni di cassieri, sovrintendenti ai boschi ed alle strade, ai beni delle chiese, regolava l’uso dei terreni comuni ed i diritti sulla promiscuità dei fondi privati. Le cariche erano assegnate a rodolo (a turno) per un anno. Gli eletti prestavano giuramento sul Vangelo. L’accettazione delle cariche era obbligatoria.
Al termine dell'incarico il Marigo doveva rendere conto dell'amministrazione pena la perdita del diritto all’acqua, al fuoco e, nel caso estremo, la demolizione del tetto della casa. Punizioni severe erano previste per coloro che si presentavano a assemblee ubriachi o disturbavano insultando e bestemmiando, oppure si allontanavano senza permesso prima dello scioglimento della seduta. Il Marigo, assistito dai laudatori, costituiva la magnifica banca; essa vigilava perché nessuno usurpasse i beni della Regola, giudicava le violazioni ai Laudi e componeva le controversie fra i regolieri.
Norme minuziose regolavano il pascolo degli animali, pascolo di piano e di monte, la nomina degli amministratori delle malghe, dei pastori e casari, tempi e prestazioni di tutti con relative sanzioni per gli inadempienti. Altre norme regolavano la manutenzione delle strade, dei ponti, delle fontane ed in genere delle opere pubbliche, obbligando in caso di necessità i regolieri a concorrervi prestando le loro opere.
Una norma (Candide 1630) unificava addirittura la larghezza delle slitte, prescrivendo che fossero fatte a pezzi quelle di larghezza inferiore a cinque palme, multando gli artigiani costruttori ai quali era fatto obbligo di contrassegnarle con il proprio marchio.
Alcuni Laudi cadorini imponevano precauzioni rigorose per la prevenzione degli incendi. Una normativa dettagliata riguardava poi lo sfruttamento del patrimonio boschivo – suddiviso in «vizze» specializzate: per fabbrica, per scandola, per legna da ardere, per acquedotto ed a difesa degli abitati dalle slavine, il taglio ed il trasporto del legname.
Molta importanza veniva
riservata alla presenza «obbligatoria» dei regolieri alle maggiori cerimonie
religiose.
I Centenari prima e le Regole “matrici” poi conservarono la loro autonomia amministrativa e concorrevano, con la nomina dei propri rappresentanti, a formare il governo centrale del Cadore con sede a Pieve e composto dal Consiglio maggiore generale retto dal Capitano, nominato dal Patriarca d’Aquileia prima del 1420 e dalla Repubblica Veneta fino al 1797. Il Consiglio maggiore nominava un Vicario e riceveva il giuramento del Capitano che si impegnava ad osservarne lo statuto, rendere giustizia,custodire il denaro pubblico, comporre le discordie, provvedere il paese di grano, punire i malfattori e non mettere altre imposte. Il Capitano aveva il potere di esaminare, correggere ed approvare i Laudi definiti dalla favola (assemblea) dei regolieri conferendo ad essi il valore di legge.
La Regola disponeva – e dispone tuttora – di un patrimonio indivisibile ed inalienabile appartenente alle famiglie discendenti dagli antichi originari costituito da boschi, pascoli ed immobili. Il reddito del patrimonio collettivo serviva ai bisogni dei singoli (rifabbrico, fabbisogno, legnatico, pascolo) ed alle necessità di pubblico interesse. La Regola provvedeva in proprio ai lavori pubblici, all’approvvigionamento e distribuzione delle granaglie in caso di carestia. Essa costituiva di fatto un datore di lavoro consentendo ai regolieri di contare su un reddito aggiuntivo costituito da granaglie: i laudi non prevedevano elargizioni in denaro. Un esempio di particolare importanza e modernità è costituito dai “Piani di rifabbrico” elaborati ed adottati nella seconda metà del XIX secolo dalle Regole per rifare i paesi in muratura , sostituendo i fabbricati in legno periodicamente vittime di incendi catastrofici. Allo stesso modo l’istruzione elementare era estesa a tutti già alla fine dell’ottocento quando nel resto d’Italia l’analfabetismo era esteso ai due terzi della popolazione.
Una storia dell’organizzazione regolieri lunga otto secoli, caratterizzata dall’esercizio della democrazia diretta, dalla gestione delle risorse agricole e forestali (il legname quale moneta di scambio), pratica della solidarietà, innovazione e scolarità, il tutto opera di una comunità costretta a confrontarsi con un ambiente ostile ed avaro di risorse.
Ancora oggi le Regole operano nel territorio riuscendo a condizionare pur marginalmente una società sempre meno legata al modo di vivere e alle risorse di quel tempo.